Memorie di alcune installazioni

[:it]ALCUNI APPUNTI SU OPERE REALIZZATE


UNISONO per Fotodendro e Idropiro, mostra Mehr Licht More Light, a cura di Olivia Spatola ed Eli Sassoli de Bianchi. Palazzo Bevilacqua Ariosti, Bologna, gennaio 2014.

A Bologna sono chiamato a partecipare al terzo appuntamento d’arte di Palazzo Bevilacqua Ariosti, che si tiene in contemporanea ad Arte Fiera. Il Marchese Ippolito invita il pubblico nella sua antica dimora, ad ammirare il contributo Site Specific  di due nuovi artisti.

Con Fabrizio Corneli mi sento in ottima compagnia. L’artista fiorentino è presente  nel porticato e sulle scale, proponendo alcune sue opere fatte di ombra.  L’ ombra ci accomuna, seppur esplorata in modo diverso. In prossimità delle sue figure raffinate e poetiche, io debbo realizzare  qualcosa di grande  impatto, poichè mi viene assegnato il vasto salone interno, dove arriveranno 1000  persone.

Ho bisogno di una presenza scultorea: tra le pareti scure e le superfici affrescate, le sole proiezioni di luce scomparirebbero, e il suono resterebbe sopraffatto dal vociare delle persone.  Così, il suono prende forma visiva diventando la linfa del grande albero di IDROFONI che chiamerò Fotodendro, albero fonosensibile che vibra di luce. Le mie Lampade Sensibili, di ritorno da un tempio coreano, diventano frutti e proiettano al suolo un divenire di ombre floreali. Sono i riverberi del moto ondoso dell’acqua che essi contengono. L’albero cresce a dismisura, mettendo radici in un piccolo stagno metallico posto  al centro del salone.  Spingendo i suoi rami di bambù per 10 metri in alto, il Fotodendro sembra cercarne una via d’uscita dal soffitto a cassettoni.

Ecco realizzata una struttura con elementi trovati nel mio giardino. Essa  va oltre la semplice funzione di sostegno e diventa una performance vegetale e ferrosa inserita nella penombra di un decoratissimo salone, illuminato da austeri candelabri. L’albero di bambù e di corde sostiene dei frutti tecnolucidi di acciaio e plexiglass, che brillano sotto la fredda luce del LED. Uno di essi si colora di verde artificiale, quando un laser posto in terra ne penetra il velo d’ acqua e si riverbera nel cielo di un grande dipinto.

Di sicuro non ho cercato l’assonanza con lo spazio, ma il contrasto che ne verrà ancor più esaltato dall’oggetto che proporrò al pubblico per interagire con l’installazione. Ecco una mazza dal battente di candido cotone che andrà a percuotere un disco ferroso rimasto nel mio giardino. Si tratta di una grande sega circolare arrugginita, che a suo tempo aveva aggredito i muri di calcestruzzo. Metamorfosi e seconda vita che si manifesta con nuova voce, una volta appesa ad un treppiede di bambù: il fragore dei denti metallici lascia il posto ad un morbido suono di campana, per la gioia di chi non avrà indugio a suonarla. Il suo lungo vibrare, sarà la linfa sonora che darà vita al Fotodendro-Fonodendro. 

Io sarò anche performer con un tamburo-schermo e una palla di cristallo, ma la memoria del Palazzo, che un tempo ospitò un Concilio di Trento, verrà maggiormente evocata dall’unisono di un coro gregoriano, che muoverà i fiori di luce una domenica pomeriggio.

In fondo al salone un  IDROFONO è diventato Idropiro.  Arde un fuoco blu dentro un grandioso camino, l’ ho acceso e per suo conto alterna bagliori di brace a vampate di fiamma.


Con il progetto Mumbai Traffic Flowers, Pietro Pirelli non si propone di agire come performer di luce e suono, immaginando luoghi indiani di silenzio e meditazione, ma propone un’interpretazione poetica del chiassoso suondscape di una delle più grandi metropoli del mondo. Per le strade della città pone un microfono a captare il rumore dei motori e l’assordante linguaggio dei claxon. Distintamente li indirizza agli idrofoni, per creare un divenire di fiori di luce. La proiezione sarà visibile dopo l’imbrunire ma il montaggio dell’installazione alla luce del giorno sarà essa stessa un’azione poetica proposta ai passanti. Non trovando attorno superfici chiare per la proiezione, Pirelli invita le persone a fare da schermo con i loro abiti bianchi.

“Sei quindi contro l’inquinamento?”, chiede un medico dalla tunica bianca. Io rispondo che non giudico, ma cerco solo di trovare uno spazio di bellezza in un luogo della vita quotidiana.


Beopgo e Campana con Idrofono. Haensa Temple in Corea del sud, il più importante tempio buddista del Paese, dove in decine di migliaia di tavolette sono scolpite la parole dell’antica sapienza.

Il tempio è vissuto da una comunità di monaci e visitato da centinaia di persone. Tre volte al giorno il suono rituale del grande tamburo, chiamato BEOPGO, della maestosa campana e del tamburo di legno precedono e preparano gli anime per il canto di preghiera. La prima chiamata è alle 3 del mattino.

I tre strumenti stanno in un porticato al centro e vengono suonati da tre monaci in alternanza. I ritmi del tamburo seguono uno spartito immutabile. Il gesto è ampio e rotatorio, evidenziato dai lembi della tonaca bianco rossa. Pietro Pirelli ha il permesso di collocare un idrofono nel portico e lanciare delle proiezioni di luce concentriche nel cerchio del grande tamburo e lampi di luce sul metallo della campana. L’effetto e notevole ma pare qualcosa che si è aggiunto e non sembra influenzare in alcun modo il gesto immutato e imperturbabile dei suonatori.

La grande campana Coreana suona dopo le sequenze con i grandi tamburi.

Il suo suono si sparge con grazia e profondità in ogni luogo del grande tempio per annunciare l’inizio delle attività cerimoniali e per aiutare le menti a capire le verità dell’universo.

Il Beopgo pulisce la mente dai dubbi e dalle pene, prima di iniziare le preghiere cantate.

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